Patrizia Bianchi

Docente di Inglese presso l’I.C. “Luigi Settembrini” di Roma

Patrizia Bianchi, SettembriniSono nata a Roma dove tuttora vivo con la mia famiglia: mio marito Vincenzo e i miei due figli maschi Gabriele e Marco mentre mia figlia Maria Chiara vive e lavora ormai da un anno a Londra.
Dopo aver conseguito, per decisione dei miei genitori (non troppo condivisa da me, ma all’epoca non si poteva aver voce in capitolo!), il diploma di maturità classica, ho finalmente intrapreso lo studio delle Lingue, quello che fin da adolescente avrei voluto fare, perché mi sono sempre sentita un po’ cittadina del mondo. Grazie infatti alla professione del mio papà, Comandante Pilota all’Alitalia, ho avuto l’opportunità di girare il mondo in lungo e in largo e mi hanno sempre affascinato gli altri popoli, le altre culture, che sebbene così diverse da quella italiana, mi hanno portato piano piano a vedere proprio nelle diversità una grande opportunità di crescita personale.
Perché quindi scegliere di dedicarmi all’insegnamento (la mia è stata proprio una scelta perché sentivo che quello era il mio traguardo, che non c’era niente altro che avrei voluto fare) ? E perché insegnante di Inglese e non di Storia, Religione, Arte visto che l’aura di mistero che sottendeva ogni diversa cultura mi aveva affascinato così tanto? Semplice, perché per toccare con mano, per capire cosa c’è sotto devi comunicare, devi parlare con la gente, devi farti spiegare il perché di ciò che fa e l’inglese era la lingua più parlata nel mondo, la lingua veicolare di ogni scambio e io dovevo saperla e dovevo insegnarla ad altri. Da qui la mia decisione (questa volta non troppo condivisa dai miei, visto che mi avevano lasciato libertà di scelta) di rifiutare costosissimi soggiorni in College per andare a lavorare au pair presso un famiglia inglese a Londra dove, tra lacrime e pavimenti puliti ginocchia a terra, ho avuto la grandissima soddisfazione di sentirmi dire dal mio attuale marito che era venuto a trovarmi per Ferragosto :”Parli inglese come se fossi una di loro”.

Face to Faith e la mia adesione al programma sono la logica conseguenza: adoro i ragazzi, mi piace parlare con loro di tutto, anche di ciò che non è strettamente legato alla mia disciplina e mi sono sentita subito attratta da ciò che il programma promuoveva: il dialogo (in inglese addirittura!) interculturale ed interreligioso tra giovani per farli crescere in un mondo dove non esistano più pregiudizi legati alla diversità.