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FTF: un’esperienza didattica di dialogo e collaborazione

muscatChristopher Muscat è docente di IRC  (Insegnamento della Religione Cattolica) presso l’IIS 8 marzo di Settimo Torinese. Di origine maltese, conversatore di lingua inglese e laureato  in teologia, all’interno della sua scuola si occupa anche di preparare  gli allievi alle varie certificazioni previste per la lingua anglosassone.
La redazione lo ha incontrato per una “chiacchierata” sul progetto Face to Faith.

Come sei arrivato sul progetto Face to Faith?
L’IRC è una materia molto libera che può avere delle grandi potenzialità in quanto consente ampi spazi di approfondimento e collegamento con altre discipline.  Per rendere le lezioni sempre più interessanti e coinvolgere i ragazzi, propongo anche attività che prevedono l’utilizzo della lingua  inglese, per dare un “valore aggiunto” alla materia. Utilizzo spesso internet per cercare non solo materiali  ma anche contatti con scuole e docenti stranieri. All’inizio dell’estate 2012 vengo a sapere dal sito MIUR che è stato firmato un protocollo con la Tony Blair Faith Foundation per il progetto FTF: ho cercato il sito in rete e inviato il modulo di richiesta di adesione. Nel giro di 24 ore mi arriva una telefonata “Sono Giovanna Barzanò, ispettrice del MIUR” … la cosa mi ha un po’ stupito, non mi aspettavo una reazione dai “piani alti”

Il problema è che nella fase iniziale del progetto, prima della Rete Dialogues, l’adesione a FTF per le scuole italiane è avvenuta “su invito” degli Uffici Scolastici Regionali, perché la novità per il nostro sistema scolastico era tale da prevedere una fase pilota sperimentale. Per cui la tua richiesta, arrivata tramite  Londra, ha colto tutti di sorpresa!
Infatti mi ci è voluto del tempo prima di essere accreditato, poter accedere ai materiali e cominciare a lavorare. Dopo ho capito che, per motivi di sicurezza delle migliaia di ragazzi iscritti alla web community, era necessario non solo accertare la mia identità ma anche verificare le mie motivazioni. Per fortuna a Torino stava nascendo una rete di scuole e ne sono entrato a far parte.

E ti sei subito lanciato nelle videoconferenze, coinvolgendo fin dal primo anno centinaia  allievi della tua scuola
Il primo anno ho lavorato con più colleghi su 7 classi,  riuscendo a fare 6  VC con 5 di loro: una purtroppo è stata annullata perché la scuola partner non era riuscita a collegarsi. In questo secondo anno dei problemi tecnici di connessione ci hanno bloccati fino a gennaio, ma sono state comunque 9 le classi coinvolte e abbiamo realizzato 10 VC

Come ti sei organizzato per gestire in prima persona così tante classi?
I miei allievi  sono molto interessati, si preparano con serietà. Avendo una sola ora settimanale per classe e non essendo sempre facile coinvolgere i colleghi di altre materie, svolgo gran parte del lavoro di preparazione da casa: tengo i contatti con i miei allievi tramite email e  facebook, ogni classe ha un suo gruppo sul social network. Cerco di far partecipare tutti i ragazzi della classe. Appena ricevo dal facilitatore la scaletta della VC, divido i compiti tra gli studenti:  quelli che padroneggiano meno la lingua inglese parlata preparano gli interventi per iscritto su argomenti standard (presentazione della scuola, della comunità, ecc) mentre gli studenti più disinvolti con la lingua si tengono pronti per affrontare gli argomenti specifici che abbiamo già trattato in classe e arricchire la conversazione con gli spunti che emergono man mano durante la VC. A volte chiedo a qualche collega di prestarmi un’ora, appena prima di una VC, per mettere a punto gli interventi.

Quali sono, secondo te, i punti di forti del progetto?
I ragazzi sono entusiasti: per prima cosa si rendono conto che ci sono in giro per il mondo dei giovani come loro. Si sfatano molti miti: per esempio, nei confronti  degli USA si è un po’ appannata l’immagine di paese “superiore” al nostro, in diverse VC i miei allievi hanno potuto toccato con mano la validità della loro preparazione e cultura personale. Viceversa, nei confronti di paesi meno noti a livello globale, come per esempio  Ucraina e Pakistan, c’è stato l’effetto opposto: hanno scoperto delle realtà giovanili vivaci e appassionate.  La VC è anche molto potente nell’abbattere pregiudizi e stereotipi: il fatto di vedersi oltre che di parlarsi, comunicare con il body language oltre che con le parole è molto efficace in questo senso.

Dove incontri le maggiori difficoltà?
Sicuramente nella comunità online. Nonostante io iscriva al sito FTF tutte le classi coinvolte nel progetto, gli allievi preferiscono incontrarsi fuori, su Facebook o altri social network. In generale è difficile dopo la VC proseguire il dialogo online: i forum che i moderatori aprono alla fine di ognuna di esse vanno quasi sempre disertati. E questo è un peccato, perché  incontrarsi solo in VC senza un follow up è un’esperienza che rimane come sospesa a metà.  Io chiedo sempre al contact teacher della scuola partner  i nomi dei ragazzi partecipanti alla VC, in modo che i miei possano cercarli sul sito e proseguire il dialogo, ma raramente mi sono stati dati. Alcuni professori americani hanno addotto motivazioni di privacy: con alcune colleghe donne del Sud Est asiatico ho invece avuto l’impressione che avessero difficoltà a rapportarsi con me, in quanto professore maschio. In ogni caso i ragazzi vanno stimolati e guidati nella partecipazione alla comunità online: l’ideale sarebbe avere un’equipe di colleghi che partecipano al progetto.  Potrei anche limitare il progetto a poche classi, ma mi spiacerebbe far perdere l’esperienza della VC a tanti allievi.

So che per te una valenza importante del progetto è anche l’utilizzo della lingua inglese, proprio come strumento per permettere ai giovani italiani di interagire di più e meglio col resto del mondo.
Sicuramente un progetto come FTF è un ottimo esempio di attività CLIL: i ragazzi oggi arrivano già abbastanza preparati sull’inglese dalla scuola media, nel nostro istituto offriamo anche la possibilità di conseguire le certificazioni PET, First ed Advanced.  In ogni caso presentiamo il progetto alla giornate di orientamento anche sotto questo punto di vista. Durante alcune VC l’inglese è più difficile da capire, anche per me: allora chiedo al moderatore di riassumere. Abbiamo avuto un’esperienza di VC multipoint per la giornata della donna, il relatore era una rabbina della comunità riformata ebraica londinese, che ha parlato molto a lungo, lasciando poco spazio ai quesiti dei ragazzi; inoltre in quell’occasione la scaletta di domande proposta prima della VC è stata poco seguita, causando ancora più difficoltà ai miei allievi.

C’è qualche commento che vuoi ancora fare sul progetto FTF?
In Italia purtroppo siamo restii a parlare di religione da un punto di vista culturale, si tende a vederla come una questione  privata che riguarda solo la dottrina e la fede.  FTF invece fa toccare con mano come la  religione sia un aspetto culturale e sociale molto importante.  Il cattolicesimo, nel bene e nel male,  è parte integrante della nostra cultura, ma  c’è pudore o imbarazzo ad esplicitare questa influenza, sia da parte di credenti che non credenti. FTF è interessante perchè ci obbliga a approfondire di più la nostra cultura dal punto di vista delle radici religiose. FTF potrebbe aiutare l’Italia ad aprirsi all’idea che la religione fa cultura ed è importante conoscerla e saperne leggere le influenze, al di là del credo personale: pensiamo solo alla scansione del calendario scolastico, o alla concezione del matrimonio  monogamico in Italia ed in tutto l’occidente. Personalmente, poi, ritengo la religione importante anche in quanto momento fondante per uno spirito di comunità. Per me la religione relegata solo alla sfera privata è la fine della religione.

 a cura di Maria Lissoni, della redazione ReteDialogues

Quando la profondità incide sul web: il team-blogging

Team blogging prova 2014Con il proliferare dei social network, nei cui confronti spesso sviluppiamo meccanismi di vera e propria insensata dipendenza,  la comunicazione interpersonale si trova a dover affrontare nuove complessità rispetto a cui non sembriamo del tutto pronti.

All’interazione fatta di parola incarnata, in cui un sorriso o un ammiccare complice può ammorbidire una frase un po’ aspra oppure indicare il tono ironico di un’asserzione, si sostituiscono i rischi del testo scritto che – per quanto spesso accompagnato dalle emoticons con cui ci sforziamo di ricreare le dinamiche della parola che si riflette nello sguardo dell’altro – spesso crea equivoci e fraintendimenti a catena.
La sfida educativa del progetto Face to Faith, che la mia scuola e io abbiamo accolto con entusiasmo, è proprio connessa al cercare di fare un uso sapiente e fruttuoso della comunicazione virtuale, ricordando sempre che dietro foto e caratteri grafici si celano individui reali, con il loro carico di storia e sensibilità personale.
Ci sono rischi e trappole nella comunicazione in rete, soprattutto quando l’approccio è con persone mai incontrate prima che parlano quella “lingua franca” che l’inglese è diventato. Proprio il difficile equilibrio tra un superficiale contatto fatto di soli convenevoli e quella conversazione più profonda che ti spinge alla riflessione e, se possibile, al cambiamento è l’uso del web 2.0 che F2F promuove. Grazie ai materiali strutturati che ci vengono offerti, soprattutto nel primo modulo introduttivo, lo sviluppo di un dialogo intenso basato sul rispetto è indubbiamente reso un po’ più facile e – con mio grande piacere – ho visto che certe modalità comunicative sono poi state esportate dalle studentesse e studenti in altri ambiti relazionali, rivelandosi efficaci  anche nella gestione dei conflitti all’interno delle classi.
L’uso della piattaforma messa a disposizione da F2F è stata un’apertura di mondi possibili: comunicare con coetanei di 19 paesi del mondo in una situazione controllata e protetta è sembrato stupefacente ai nostri studenti che si sono gettati a capofitto nell’impresa.
Tuttavia, malgrado diverse interazioni interessanti e anche la costruzione di qualche amicizia un po’ più significativa, nel tempo si è notato che spesso non c’erano risposte effettive ai propri blog o che diventava difficile andare oltre delle frasi di apprezzamento un po’ standardizzate. La rete è così: ci sono incontri che sembrano meravigliosi bagliori nella notte e che si esauriscono altrettanto rapidamente, proprio a causa della smaterializzazione dei corpi, perché affidare il contatto con l’altro alla sola fatica della scrittura, oramai costretta a modellarsi sui ritmi sincopati con cui i  nativi digitali imbastiscono le loro relazioni, è impegnativo e spesso deludente, in particolare se la lingua è a sé straniera.
Se non vediamo il dolore della non-risposta o del malinteso sul volto del nostro interlocutore nessuna traccia emotiva rimane e dunque il concetto di “responsabilità comunicativa” si stempera nel carosello globale delle possibilità interscambiabili. L’odore dell’altro, della sua pelle, della sua paura, del suo entusiamo, quello può restare abbarbicato alla memoria, ma delle parole senza suono costruite su bits  e bytes troppo spesso non ci interrogano così profondamente, si confondono e diluiscono nel ricordo.
L’idea del Team-Blogging, propostoci quest’anno da F2F, è sembrata la risposta che cercavamo per cercare di ovviare a questi “inconvenienti”: ogni settimana, a rotazione, è stato assegnato agli studenti e studentesse di una delle quattro scuole-partner l’incarico di scrivere i blog su un argomento di particolare profondità e rilievo mentre gli allievi delle altre scuole avevano il compito di commentarli.
Le scuole cui abbiamo interagito sono state due israeliane (una con sede a Gerusalemme di orientamento antroposofico, la Selisberg Adam High School,  l’altra situata a Beit Jann, un villaggio druso nel nord d’Israele) e una americana del Missouri, di impronta cattolica, retta da gesuiti e completamente maschile, la De Smet Jesuit High School. Immaginate quante ricerche on-line abbiamo fatto per cercare di avvicinarci un po’ alla cultura, allo spirito e ai valori educativi che sono alla base di scuole apparentemente così diverse!
Le tematiche affrontate nel corso del team-blogging sono state incentrate su ciò che trasforma un gruppo sociale o di studenti in una vera a propria comunità, ma anche su ciò che definisce la nostra identità di soggetti autonomi e differenti, sui valori o sulle persone che hanno avuto influenze significative nella nostra vita e infine sul significato delle parola “fede”, il tutto declinato in modo il più possibile soggettivo.
Questo tipo di interazione strutturata si è in effetti rivelata particolarmente feconda in quando ha permesso di raggiungere intensità di dialogo e scambio culturale inusitati rispetto alle normali interazioni sul social network, a volte più “dispersive” e superficiali anche per l’inevitabile difficoltà di trovare persone desiderose di approfondire davvero tematiche così complesse.
Nei pdf in allegato riporto alcuni esempi di questi scambi comunicativi tra studenti che mostrano come sia indubbiamente questa la strada da percorrere e potenziare in futuro per rendere le interazioni sulla piattaforma on-line di F2F sempre più fertili e vitali.

Maria Grazia Tundo,
docente presso il Liceo Fermi di Bari

TEAM BLOGGING Fermi

WHAT MAKES MY COMMUNITY UNIQUE

 

Ho trovato in FaceToFaith le risposte che cercavo

20140118_105200 (FILEminimizer)E’ molto tardi e sono molto stanca ma ho appena ricevuto la mail della mia collega di italiano che ha raccolto le impressioni dei ragazzi dopo l’incontro con Jaspreet Singh nella videoconferenza di giovedì 12 dicembre 2013 sui Diritti Umani… quei ragazzi che ci hanno fanno brontolare non poco perché non ascoltano perché riflettono poco… spesso e volentieri si mancano anche di rispetto tra loro mettendoci in crisi perché ci sembra di lavorare tanto per nulla.
Ed ecco che quei benedetti germogli che attendi di veder spuntare giorno dopo giorno fanno capolino tra le zolle. Quelle zolle che insieme ai tuoi colleghi hai innaffiato ,curato e sanato con del buon fertilizzante.
F., sempre riservato e schivo, dice che ha capito quanto è importante avere coraggio; G., che di solito non si esprime, ha colto il messaggio di non avere timore a manifestare le proprie idee … L., che invece è molto riflessivo, ha visto in Jaspreet un esempio da seguire e via di questo passo…
E che dire di S.? Lottiamo ogni giorno contro la sua oppositività e poi … un rap unito ad alcuni segnali che sembrava non avesse colto per nulla durante le riflessioni sui Diritti Umani e lo trovi desideroso di mettersi alla prova per ricevere la sua meritata dose di complimenti… perché questo progetto ti consente anche questo … tanti click su “like”… i ragazzi ora hanno bisogno di questo: adulti guida che si impadroniscono del loro linguaggio e che provano a mettersi nei loro panni sperimentando per davvero quella capacità di ascolto attivo senza la quale noi continueremo a parlare senza essere ascoltati.
Io, per natura un po’ presuntuosa con qualche mania di protagonismo, memore delle sensazioni che da studente ho provato nei confronti di insegnanti che sentivo indifferenti, dopo aver fatto non pochi errori nelle relazioni con i miei studenti nel passato, mi sto rifacendo ora del tempo perduto.
Ho abbracciato pienamente contenuti e finalità del progetto F2F perché ho finalmente trovato quella che ritengo una strada vincente per lo sviluppo delle competenze emotive e sociali senza le quali sono convinta non si possono acquisire pienamente nemmeno quelle culturali. E la strada vincente è proprio l’abitudine al dialogo, all’ascolto attivo, al lavoro cooperativo, al collegamento costante e giornaliero con ciò che ci accade intorno… il tutto in una continua connessione con la tecnologia, con l’inglese e con le forme di comunicazione tanto demonizzate quanto cercate.
Se a tutto questo ci unite la musica … è fatta!!!
Un tappeto sonoro di tremoli accompagna una riflessione; un lavoro di creatività di gruppo mette in gioco le capacità comunicative e di ascolto; una esecuzione d’insieme particolarmente impegnativa gratifica il gruppo classe e lo fa crescere… un video che raccoglie foto, immagini significative, riflessioni dopo una videoconferenza accompagnato dalla canzone giusta colpisce immediatamente il cuore. Io tengo sempre in borsa una fotocamera… cerco di cogliere volti, sguardi, collaborazioni… e ho imparato che l’alunno incrociato in corridoio va sempre guardato negli occhi, va salutato, incoraggiato se serve…. L’indifferenza fa più danni del rimprovero. Ogni ragazzino deve sentirsi speciale.
Ecco … io lavoro così. Se poi hai la fortuna di incontrare i colleghi giusti, sei in una botte di ferro!!
E’ faticoso, a volte perdo tempo e pazienza… e ci sono gli attimi di scoraggiamento; le mie valutazioni sono spesso determinate da risultati d’insieme che raggiungono l’obiettivo che avevo stabilito … con un bel dieci per tutti. Premetto che non sono una gran musicista ma solo un’insegnante di musica che cerca prima di tutto di dare spazio a tutti, consapevole che gli insegnanti rivestono un ruolo fondamentale nella crescita di uno studente e possono fare danni…. insicurezze, timori, paure o determinate scelte dettate da scarsa autostima sono troppe volte frutto di vissuti scolastici caratterizzati dall’indifferenza o da assenza di dialogo.
Io ho trovato in F2F le risposte che cercavo.

 Lorenza Marson
I.C. Mattei di Meolo (VE)

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F2F (FILEminimizer)

 

 

 

 

 

 

 

Natale ritrovato

nativita-2005Natale sottotono  quest’anno, senza il tradizionale pranzo del 25 a casa dei miei genitori a Novara;  io non sono praticante per cui il Natale è per me principalmente una festa degli affetti famigliari. Il pranzo dai miei genitori non è mai stato particolarmente speciale, ma nel pomeriggio passavano in visita  parenti e amici. Per me, che ho  lasciato la città natia da un quarto di secolo, è sempre stato un momento  in cui mi sentivo parte, oltre che di una famiglia allargata,  di una sorta di  “clan” … ora i miei sono stati giudicati troppo anziani per organizzare e mio fratello minore ci ha gentilmente invitati  a Milano, ma mancava il pomeriggio con il campanello che continua a squillare e gruppi di persone che entrano salutando festosi, accolti da una fetta di panettone (rigorosamente tradizionale, con i canditi) e la crema al mascarpone con cui farci scarpetta, preparata secondo la ricetta di nonna. Quest’anno, con  mia mamma ormai sempre più “ritirata” in sè stessa (vede poco, sente male) e mio papà più stanco e principalmente occupato a fare il badante a tempo pieno, nessuno fa più da “collante ” per zii, cugini e amici di famiglia: mamma prima si ricordava di tutti i compleanni e anniversari (nascita, matrimonio, morte) e scriveva o telefonava regolarmente, papà ha sempre intrattenuto tutti con i suoi aneddoti di vita vissuta, i suoi libri di storia ma soprattutto con quel suo sguardo così particolare sul mondo, strambo a volte, ma mai banale.
Nei giorni dopo Natale ho avuto momenti un po’ malinconici. Con questo umore un po’ dimesso qualche giorno fa  ho accompagnato mio marito Yagoub in un paesino del canavese per fare una visita “di dovere” a un suo connazionale sudanese,  il cui primo figlio è stato appena circonciso, così come richiede la religione islamica.
In genere patisco un po’ queste visite; perchè nonostante la gentilezza estrema dei sudanesi, mi sento in colpa per non aver ancora imparato l’arabo; perchè sono diversissima dalle altre donne presenti (giovani, riservate, dedicate ai figli; ma soprattutto perchè spesso si avvertono storie di disperazione da cui mi sembra sia impossibile uscire …
Invece ieri è stato delizioso!
Ahmed (che viene dal Darfour, mi ha mostrato orgoglioso le sue foto davanti alla capanna dove è cresciuto, in un paesaggio di brulla savana da manuale missionario 🙂 è una persona energica e piena di vita, integrato alla grande; parla piemontese ed è sceso in cantina a prendermi una bottiglia di bonarda “quella buona che fa un mio collega”. In cinque  anni ha ha imparato l’italiano, ha ottenuto la licenza  media e un’attestato professionale, ha  appreso un mestiere e ora lavora a tempo indeterminato in una fabbrica dell’indotto IVECO ; “faccio il turno di notte e due ore di straordinario al giorno, così guadagno di più” mi spiega fiero di sè mentre imbadisce la tavola con pollo fritto, pesce al forno e altre delicatezze (sono le quattro di pomeriggio, noi abbiamo ovviamente già pranzato,  ma non sia mai detto  che un sudanese non offra un pasto completo ai suoi ospiti:-)
Da un paio d’anni è sposato, è riuscito a far venire la moglie in Italia (la bellissima Marwa sottile come un giunco, sembra una modella)  e ora ha un bimbo di 8 mesi,  Aymen. Abitano in un bell’appartamento stile anni 70,  abbonamento Skype per vedere il calcio (lui è tifosissimo dellaJjuve) invece della sola ennesima parabola per i canali in arabo … Ahmed è stato coraggioso, ha scelto di uscire da Torino, dalle case occupate, dalla compagnia dei soli “paesani” e di provare a farsi strada, solo, in mezzo a italiani della provincia profonda … che forse la parola “buonismo” non sanno neanche come si pronuncia, ma che hanno pian piano apprezzato la vitalità, il sorriso e la gran voglia di lavorare di questo ragazzone nero, sempre in movimento, chiacchierone e positivo.
Una storia di emigrazione dal sapore di anni 50, di quelle raccontate nei film neorealisti in bianco e nero: in tempi di crisi e depressione mette allegria  incontrare una giovane coppia così ottimista, per cui l’Italia è stata ed è veramente occasione di riscatto!
Tornando a casa riflettevo su di loro: sono musulmani, sono africani ma sono una coppia di rifugiati con un bambino piccolo e circonciso … suona decisamente famigliare in questo periodo dell’anno … e la loro positività che altro è, se non una Buona Novella?
Sono grata a queste persone venute da così lontano per rinnovare in me, anche se inconsapevolmente,  il sapore del  Natale, quello della mia tradizione, delle mie radici.

Maria Lissoni
SMS Norberto Bobbio
Torino

DIA-BLOG: il blog della ReteDialogues

crossroad 1Se è vero che i sentieri si creano solo percorrendoli, allora quanta è l’ emozione nel condividere con voi l’inizio di questo nuovo cammino chiamato DIA-BLOG: un sentiero che chiede di essere percorso e scoperto insieme, un tracciato -oggi appena segnalato sulla grande cartina del FACE TO FAITH- che nel tempo si propone di diventare, grazie al contributo di tutti, l’itinerario ben delineato di una riflessione comune sull’esperienza affascinante del progetto.
DIA-BLOG cercherà di offrire spunti di confronto, segnalare tendenze e novità progettuali, mettere in comunicazione le diverse anime del FTF, proporre realtà didattiche interessanti, orientare verso nuovi strumenti comunicativi.
E, soprattutto, racconterà esperienze scolastiche di incredibile ordinarietà e straordinaria bellezza: alzi la mano chi di noi, nel mezzo di una videoconferenza, non ha riconosciuto almeno una volta i segni di una dolcissima follia nel ragazzo che, chiesto il microfono, s’inventa una nuova lingua guardando affascinato lo schermo mentre dentro noi -che non smettiamo di sorridergli rassicuranti- sorge il dubbio che non solo la sonda Voyager porti un messaggio umano agli extraterrestri?!
In DIA-BLOG la scoperta del singolo diventerà conoscenza condivisa perché comunicare significa essenzialmente mettere in comune.
Il fisico britannico James Dewar sosteneva  che “i libri e la mente funzionano solo se sono aperti”: la forza di FACE TO FAITH non risiede unicamente nel fascino dell’interculturalità che propone, nella ricchezza del dialogo interreligioso che permette, nella versatilità degli strumenti che offre, ma dimora soprattutto nella capacità di aprire le menti dei ragazzi in modo esperienziale, insegnando loro a scoprire la bellezza della diversità, ad apprezzare l’inesauribile novità  del mondo e a comprendere che la conoscenza di se stessi è possibile solo attraverso lo sguardo dell’altro.
Ci sarà presto occasione per riflettere insieme su questo e molto altro…d’altronde questo non è che il primo passo di un lungo cammino comune.
A presto.

 Federico Gervino
SMS Norberto Bobbio
Torino